ALDA+ alla guida del Club di Prodotto Alta Via della Grande Guerra: una nuova fase per il territorio

Una rete di imprese, un patrimonio storico e naturalistico unico e un obiettivo comune: trasformare l’Alta Via della Grande Guerra in un motore sempre più forte di collaborazione e sviluppo per le Prealpi Vicentine.

Il 14 settembre 2026 è stato rinnovato il Contratto di Rete del “Club di Prodotto Alta Via della Grande Guerra delle Prealpi Vicentine”, che riunisce 11 PMI (Piccole e Medie Imprese) del settore turistico, tra alberghi, ristoranti, malghe e un’agenzia di viaggio.

Ad accompagnare questa nuova fase sarà ALDA+, che assume il ruolo di capofila della Rete, rafforzando ulteriormente il proprio legame con il territorio vicentino e mettendo a disposizione la propria esperienza nella progettazione, nello sviluppo territoriale e nella costruzione di partenariati.

“Mettere in rete operatori, competenze e territori significa creare nuove opportunità, rafforzare l’economia locale e trasformare un patrimonio storico, culturale e paesaggistico straordinario in una leva concreta di sviluppo territoriale sostenibile”, sottolinea Marco Boaria, CEO di ALDA+.

Dalla collaborazione a nuove opportunità

Il rinnovo del Contratto non rappresenta soltanto la prosecuzione di una collaborazione già consolidata. La Rete costituisce infatti una base concreta da cui partire per sviluppare nuove progettualità, partecipare a bandi regionali, nazionali ed europei e attrarre risorse a beneficio del territorio.

Come capofila, ALDA+ lavorerà per mettere a sistema competenze, idee ed esperienze già presenti lungo l’Alta Via e favorire la nascita di iniziative condivise capaci di coinvolgere imprese, istituzioni e comunità locali.

“Questo accordo ci offre una base ancora più forte per accompagnare nuove proposte progettuali di qualità attorno all’Alta Via”, spiega Luisa Dal Prà, Project Manager di ALDA e referente per l’Alta Via della Grande Guerra. “Vogliamo che queste opportunità producano benefici concreti non solo per il percorso e per chi lo visita, ma anche per le comunità che vivono questi territori e per il loro tessuto economico e produttivo.”

L’Alta Via della Grande Guerra si conferma così molto più di un itinerario turistico: un punto di incontro tra patrimonio, imprese e comunità e uno strumento attraverso cui costruire nuove opportunità per le Prealpi Vicentine.

Con il rinnovo del Club di Prodotto e ALDA+ alla guida della Rete, si apre ora una nuova fase: trasformare una collaborazione costruita negli anni in nuovi progetti, investimenti e opportunità durature per il territorio.


Alta Via della Grande Guerra (AVGG)

L’Alta Via della Grande Guerra è un itinerario escursionistico di circa 200 km attraverso le Prealpi Vicentine, un vero e proprio museo a cielo aperto che unisce natura, storia e memoria della Prima Guerra Mondiale. Nato nel 2001 grazie a una collaborazione tra istituzioni ed enti del territorio, il percorso collega fortificazioni, trincee, musei, cimiteri di guerra e postazioni militari italiane e austro-ungariche, insieme ai quattro sacrari militari del Pasubio, Cimone, Asiago e Grappa.

Percorrere l’Alta Via significa quindi non solo scoprire il patrimonio paesaggistico e culturale delle Prealpi Vicentine, ma anche attraversare luoghi che custodiscono una memoria collettiva da preservare e trasmettere alle nuove generazioni. Un patrimonio che racconta il peso della guerra e, allo stesso tempo, invita a riflettere sul valore della pace.

ALDA International School 2026: tre giorni per capire come si costruisce davvero la democrazia

Si è svolta dal 2 al 4 settembre 2026 a Villa Fabris (Thiene) la terza edizione della ALDA International School. Tre giornate intense, tra interventi istituzionali, keynote, panel e Policy Lab, che hanno messo al centro una domanda comune: cosa serve davvero perché la partecipazione democratica produca cambiamento reale?


Giorno 1 – La democrazia si costruisce ogni giorno

La prima giornata si è aperta con i saluti istituzionali del sindaco Giampi Michelusi e della assessora Marina Maino, in rappresentanza della Città di Thiene che ha ospitato la School, della Fondazione BVR Banca Veneto Centrale e della Regione Veneto, tramite una lettera del Presidente Alberto Stefani e un videomessaggio della consigliera regionale Morena Martini. Il messaggio di fondo è stato chiaro: la democrazia è locale, e diventa concreta quando le istituzioni conoscono i bisogni dei territori e i cittadini possono incidere sulle decisioni che li riguardano.

L’apertura e l’introduzione del tema di questa edizione, Youth as Democracy Builders, sono state affidate all’esperienza di Senida Mesi, ex Vice Prima Ministra dell’Albania, che ha descritto la buona governance come ciò che accade “tra due elezioni”: il modo in cui le promesse vengono mantenute, i cittadini coinvolti e le istituzioni rispondono ai bisogni quotidiani. Ampio spazio è stato dedicato anche alla dimensione digitale della cittadinanza: David Mekkaoui, CEO di All Digital, ha sottolineato come non basti l’accesso a un dispositivo, ma servano competenze e fiducia per usare la tecnologia senza essere esposti a manipolazione, frodi o altri rischi. Il tema dell’informazione e degli strumenti utili a contrastarne la manipolazione è stato affrontato con Pietro Forti di Will Media, Anna Nesladek di Parole O_Stili e Francesca Capoccia di Facta, mentre Salvatore Borghese di YouTrend Strategies ha portato il tema nell’arena elettorale attraverso i casi di Romania, Georgia e Serbia, mostrando vulnerabilità simili come disinformazione coordinata, polarizzazione politica e ingerenze straniere.

Durante la giornata è stato inoltre presentato il nuovo ALDA Centre of Expertise on Participative Local Democracy, pensato per raccogliere e condividere buone pratiche all’interno della rete ALDA. La giornata si è chiusa con un Policy Lab guidato da Denys Tkachov, finalizzato alla stesura collettiva di un Policy Brief, e con una visita guidata alla Città di Thiene.


Giorno 2 – Giovani non disimpegnati, ma delusi dalle istituzioni

La seconda giornata ha approfondito, e decostruito, un luogo comune: i giovani non si stanno allontanando dalla democrazia, credono in essa, ma mettono sempre più in discussione le istituzioni e i canali attraverso cui viene praticata. A confermarlo sono i dati presentati da Valbona Karakaci e Lura Pollozhani sui Balcani occidentali: l’80% dei giovani ritiene la democrazia la miglior forma di governo, mentre il 47% non è interessato alla politica e l’82% non è attivo nei partiti, eppure il 68% voterebbe comunque alle prossime elezioni. Un paradosso che le speaker hanno letto non come apatia, ma come disillusione e mancanza di rappresentanza. Esemplare in questo senso il caso della “Flamingo Revolution” albanese, nata come mobilitazione ambientale e diventata movimento civico più ampio.

Nel panel istituzionale con l’europarlamentare Alessandra Moretti e il vicesindaco di Sarmede Alessandro Loddo è emerso, poco dopo, un messaggio centrale: essere ascoltati non equivale ad avere potere decisionale. Lo stesso concetto è stato ripreso nel workshop pomeridiano sulla partecipazione giovanile nella governance locale, condotto da Cana Tülüş Türk con Carlotta Gennari e Camilla Zurlo di Avventura Urbana.


Giorno 3 – Cosa rende resiliente la democrazia

L’ultima giornata, ha condotto i lavori a una sintesi pratica. Ad aprire la mattinata sono stati i racconti di giovani amministratori locali e regionali: Beatrice Verzé, Consigliera comunale di Verona, Jacopo Maltauro, Consigliere regionale del Veneto e comunale di Vicenza, e Pau Rodríguez, Assessore alla Gioventù del Comune di Cubelles (Spagna). Il dialogo si è concentrato sulle opportunità ma anche sulle difficoltà di entrare in politica in giovane età, incluse le barriere legate al genere per le giovani donne.

Nel suo intervento sulla resilienza democratica, il professor Paolo Graziano, dell’Università di Padova e membro del Comitato Scientifico ALDA, ha ricordato che la democrazia non si riduce a elezioni e procedure, ma dipende anche da pluralismo, partecipazione, garanzie istituzionali, accountability e capacità delle istituzioni di rispondere ai bisogni dei cittadini.

Il panel finale, introdotto da Antonella Valmorbida, segretaria generale di ALDA, e con i contributi di Senida Mesi, ex Vice Prima Ministra dell’Albania, Nino Tvaltvadze, ex Sindaca di Kutaisi, Georgia, esperta di governance locale nell’Europa dell’Est, Patrick Molinoz, membro del CoR e Vicepresidente della Regione Bourgogne-Franche-Comté, e Abdelaziz Bouslah, direttore del programma WYDE Civic Engagement, ha ribadito come le proteste dimostrino la volontà di partecipare, ma la vera prova di resilienza si giochi dopo, nella capacità del dialogo di trasformare le richieste in cambiamento concreto.

Proprio in termini di cambiamento concreto, l’ultimo pomeriggio dell’ALDA International School 2026 è stato dedicato alla presentazione dei lavori di gruppo realizzati durante il Policy Lab guidato da Denys Tkachov: dalla condivisione delle proprie esperienze alla discussione di proposte capaci di rispondere a esigenze attuali e concrete, i partecipanti alla School hanno elaborato una serie di raccomandazioni di policy — linee guida operative pensate per aiutare i decisori a rispondere a problemi sociali, economici e politici specifici.



Il filo conduttore

Dai tre giorni emerge un messaggio coerente: la democrazia non è qualcosa che si eredita o si osserva dall’esterno, ma si pratica, si ripara e si rinnova ogni giorno, a partire dalle comunità locali, passando per gli spazi digitali, fino alla capacità delle istituzioni di trasformare l’ascolto dei giovani in vera condivisione del potere.

La democrazia non si regge solo sulle istituzioni, ma si costruisce attraverso partecipazione, dialogo, fiducia e la capacità di trasformare l’azione collettiva in cambiamento.

Tre lezioni apprese durante il percorso di ALDA+ per la parità di genere

Con il conseguimento della Certificazione della Parità di Genere, ALDA+ ha intensificato il suo impegno verso l’apprendimento e la diffusione di questi temi fondamentali, per favorire una presa di coscienza collettiva tra i suoi membri e stakeholders e la creazione di un ambiente davvero improntato alla parità.

Durante il percorso, ALDA+ ha anche imparato delle preziose lezioni sulla parità di genere. In questo articolo, ne affronteremo in particolare tre: l’importanza della formazione, il ruolo delle misure di conciliazione tra lavoro e vita privata, e la natura a lungo termine delle politiche di parità.

L’importanza della formazione

Quando si tratta di tematiche di genere, è di fondamentale importanza che qualsiasi azione sia preceduta e accompagnata da un’opportuna ed estesa attività di formazione, che includa non solo i dipendenti, ma anche i selezionatori del personale.

Nel primo caso, una formazione specifica sul significato e sul valore della parità di genere, sui meccanismi visibili e invisibili di disparità e discriminazione, sul ruolo fondamentale della cultura e degli atteggiamenti quotidiani, nonchè sull’importanza del linguaggio nella promozione di un ambiente inclusivo, è il primo passo essenziale per rendere l’ambiente lavorativo davvero equo. Un’azienda che affrontasse il percorso di certificazione senza coinvolgere e formare in modo diretto i propri dipendenti, infatti, sarebbe un’azienda equa solo sulla carta: la parità di genere si costruisce lavorando sulle azioni quotidiane, sulle opinioni – anche inconsce – basate su concezioni discriminatorie, sul linguaggio e sulla collaborazione tra le persone che compongono l’organizzazione.

D’altronde, la formazione rimane essenziale anche per chi si occupa della fase precedente l’assunzione: quella della selezione del personale. È stato dimostrato da numerose evidenze scientifiche ed è riconosciuto dalla stessa UNI/PdR 125:2022, infatti, che i processi di selezione non sono neutri, bensì sono affetti da unconscious bias, cioè pregiudizi inconsci. Si parla in questo caso anche di screening discrimination: una discriminazione di genere basata sulla selezione, per cui ciascun gruppo valuta le persone appartenenti allo stesso gruppo in modo più accurato e più favorevole. Gli uomini, quindi, valuteranno in modo più favorevole i candidati a loro simili; e se chi assume le decisioni in merito alla gestione del personale, cioè chi ricopre posizioni di vertice, è per la maggior parte uomo, il personale selezionato apparterrà perlopiù al medesimo genere. 

In linea con queste premesse, nel contesto manageriale, è stato riscontrato che le donne con ruolo dirigenziale hanno maggiori possibilità di essere promosse se il ruolo di amministratore delegato o presidente del CDA è ricoperto da una donna. Similmente, i risultati di uno studio pubblicato nel 2000 (“Orchestrating Impartiality: The Impact of ‘Blind’ Auditions on Female Musicians” di Goldin e Rouse) hanno mostrato che il passaggio ad audizioni alla cieca nelle selezioni dei componenti delle principali orchestre statunitensi (per cui i valutatori non potevano conoscere il genere di chi suonava) comportava una probabilità di selezione di musiciste donne molto più alta (il 50% in più per gli stadi preliminari di selezione e il 30% in più per le assunzioni vere e proprie).

Il ruolo delle misure di conciliazione tra lavoro e vita privata

Le misure che permettono una conciliazione tra lavoro e vita privata, pur rivolte e accessibili a tutti indipendentemente dal genere, possono avere un effetto molto importante sull’effettiva parità di genere in un’organizzazione; tuttavia, è necessario anche prestare attenzione alle loro possibili criticità.

Il lavoro part-time, in sé considerato, è una misura che permette di conciliare l’attività lavorativa con la cura dei figli: in questo senso, alcuni studi hanno dimostrato l’impatto positivo della possibilità di lavorare part-time sulla probabilità di partecipazione delle donne al mercato del lavoro, con un impatto maggiore proprio per le madri. Tuttavia, come abbiamo visto, il lavoro a tempo parziale può diventare (e tale è diventato) un’arma a doppio taglio, sia dal punto di vista del part-time involontario, sia dal punto di vista delle conseguenze sulla carriera: un lavoro a tempo parziale significa salario ridotto, minori opportunità di progressione lavorativa e maggiore probabilità di svolgere un lavoro poco qualificato e con retribuzioni basse in partenza.

Anche lo smart working è un modello organizzativo che si è rivelato utile per favorire la parità di genere, grazie alla maggiore possibilità che offre alle lavoratrici di conciliare il lavoro con il carico di lavoro domestico e di cura – che, come abbiamo visto, ricade perlopiù sulle donne – senza corrispondenti riduzioni salariali. Uno studio ha anche evidenziato un potenziale maggior coinvolgimento dei lavoratori uomini che lavorano da casa nelle attività domestiche e nella cura dei figli, suggerendo che lo smart working possa avere effetti indiretti positivi sulla parità di genere anche da questo punto di vista. Le ricerche, però, mostrano anche che la flessibilità da un lato riduce il conflitto tra lavoro e vita privata ma, dall’altro, può portare ad aumentare le ore di lavoro straordinario con ricadute negative su questo stesso equilibrio.

I congedi parentali, infine, rivestono un ruolo fondamentale nel percorso verso una maggiore parità di genere, visto l’impatto della child penalty sull’occupazione femminile. Come abbiamo visto, dopo l’arrivo del primo figlio un quinto delle donne abbandona il mercato del lavoro, e quelle che rimangono al lavoro subiscono una drastica riduzione nella retribuzione e nelle prospettive di carriera. Dopo il congedo di maternità e quello di paternità (quest’ultimo, in realtà, di durata estremamente ridotta), i congedi parentali sono usufruibili da entrambi i genitori e, in genere, sono pagati in percentuale dello stipendio del genitore che ne usufruisce. Poiché, come visto, il salario delle donne è in genere inferiore a quello degli uomini, normalmente sono le prime ad usufruirne maggiormente, per massimizzare il reddito della famiglia. Ad esempio, uno studio condotto tra il 2002 e il 2013 su 12 paesi europei, il “Generations and Gender Survey”, ha dimostrato che in nessun paese c’era una divisione egualitaria delle attività di cura dei bambini (oltre che dei lavori domestici) e che, tra le attività svolte più raramente dai padri, c’era proprio quella di restare a casa in caso di malattia dei figli.

La natura a lungo termine delle politiche di (dis)parità

Abbiamo già citato più volte la natura strettamente interconnessa e interdipendente dei vari fattori di disparità di genere, in particolare nel mondo del lavoro. La complessità del tema, nonché la sua stretta dipendenza da atteggiamenti e concezioni culturali ben radicate, lo rendono un ambito dove gli effetti si manifestano inevitabilmente nel lungo termine. Ciò vale sia per i motivi di disparità, sia per le politiche di parità.

Sotto il primo punto di vista, come abbiamo già accennato in precedenza, i divari di genere all’interno del mercato del lavoro si traducono in corrispondenti divari in età pensionabile. Il lavoro part-time, la segregazione orizzontale e verticale, le interruzioni di lavoro causate da responsabilità di cura incidono infatti negativamente sui diritti pensionistici delle donne, con un effetto a cascata che espone maggiormente le donne anziane al rischio di povertà ed esclusione sociale. La situazione è ancora più complessa se consideriamo che le donne tendono ad andare in pensione prima, totalizzando quindi meno anni di contribuzione, e che la disponibilità delle nonne pensionate, in stati dove la cura formale dei figli è scarsa (come nei paesi mediterranei) è a sua volta fondamentale per garantire l’occupazione delle giovani madri. Così, la minore età pensionabile (che da un lato può compensare ex post le donne per il loro doppio carico di lavoro e di cura) si traduce in minore benessere pensionistico, ma l’eventuale aumento dell’età pensionabile andrebbe a detrimento delle stesse donne in età più giovane.

Sotto il secondo punto di vista, le politiche di parità di genere – siano esse pubbliche o aziendali – difficilmente manifestano pienamente i propri effetti sul breve termine, né possono avere un impatto misurabile se rimangono isolate, temporanee o limitate a determinati ambiti. È perciò importante identificare i punti chiave di intervento elaborando una strategia organica, nella quale tenere conto anche delle possibili criticità – che possono emergere anche sul lungo periodo – di azioni tendenzialmente positive come quelle viste sopra, inserendo dei correttivi. 

Farsi promotrice della parità di genere, per ALDA+ e per qualunque organizzazione, significa diventare fautrice di un cambiamento culturale profondo che va a colpire discriminazioni radicate e stereotipi inconsci. Così, è necessario attuare iniziative trasversali, che incidano sull’ambiente di lavoro, sul linguaggio utilizzato, sulla governance, sulle politiche interne, sui meccanismi di selezione, sulla valorizzazione delle competenze, sulla retribuzione e sulle strategie.

Un’azienda che, nell’organizzazione del lavoro e nella stesura delle proprie policy interne, tiene conto di tutto ciò, può favorire una cultura di parità di genere in grado di estendersi al di là del solo luogo di lavoro, raggiungendo anche l’ambito domestico e familiare e il contesto sociale in generale.


FONTI E RISORSE PER APPROFONDIRE

Parità di genere e politiche pubbliche, Paola Profeta, 2020 

La Certificazione della Parità di Genere: sito del Dipartimento per le Pari Opportunità – Presidenza del Consiglio dei Ministri

Gender Equality & Anti-Discrimination Policy, ALDA

Sono aperte le iscrizioni al corso di Project Cycle Management! 

[Se sei interessat* al corso in lingua inglese, clicca qui. If you are interested in the course in English, please click here.]

Vorresti lavorare nel mondo dei progetti europei ma non sai da dove iniziare? Oppure desideri rafforzare le tue competenze nel settore?

Sono aperte le iscrizioni al nuovo corso di Project Cycle Management di ALDA+ Academy!

Questo autunno, approfitta degli oltre 30 anni di esperienza di ALDA+ Academy nella progettazione e gestione di progetti europei grazie a un percorso formativo completo, disponibile sia in italiano che in inglese.


Cosa offre il corso

Dopo il successo delle precedenti edizioni, il corso è stato ulteriormente perfezionato sulla base dei feedback dei partecipanti, per offrire un’esperienza formativa ancora più pratica, coinvolgente ed efficace.

Le lezioni si svolgeranno online, due volte a settimana:

  • 6–27 ottobre 2026 – corso in inglese
  • 3–24 novembre 2026 – corso in italiano

Attraverso 7 sessioni interattive (per un totale di 21 ore), i partecipanti esploreranno l’intero ciclo di vita di un progetto: dall’individuazione delle opportunità di finanziamento alla progettazione di una proposta di qualità, fino alla definizione del budget, alla comunicazione, all’implementazione e alla gestione del progetto.

Il corso si basa sul Logical Framework Approach, la metodologia ampiamente utilizzata nella progettazione europea e internazionale, che fornisce strumenti pratici per trasformare un’idea in un progetto strutturato, coerente e di impatto.

Grazie a un approccio che combina teoria ed esercitazioni pratiche, lavori individuali e di gruppo, i partecipanti saranno guidati da professionisti con una consolidata esperienza nella progettazione e gestione di progetti europei, acquisendo competenze immediatamente spendibili nel proprio contesto professionale.

Il corso è rivolto a studenti, professionisti, rappresentanti di organizzazioni della società civile, dipendenti della pubblica amministrazione, operatori del settore sociale e culturale, e più in generale a chiunque desideri acquisire competenze nella progettazione europea. Non è richiesta alcuna esperienza pregressa.

Cogli l’opportunità di investire nel tuo futuro professionale e acquisisci le conoscenze, la sicurezza e gli strumenti necessari per progettare e gestire con successo progetti europei.


Calendario delle lezioni (ITA)

DataOrarioLezione
3 Novembre10:00 CETModulo 1 – L’Unione Europea e il suo sistema di finanziamento:
introduzione
5 Novembre10:00 CETModulo 2 – La gestione del ciclo di progetto e il logical framework
approach (parte 1)
10 Novembre10:00 CETModulo 3 – La gestione del ciclo di progetto e il logical framework
approach (parte 2)
12 Novembre10:00 CETModulo 4 – Come preparare una proposta progettuale di alta qualità
(parte 1)
17 Novembre10:00 CETModulo 5 – Come preparare una proposta progettuale di alta qualità
(parte 2)
19 Novembre10:00 CETModulo 6 – Project Management e Comunicazione e Disseminazione
24 Novembre10:00 CETModulo 7 – La gestione del budget nelle fasi di scrittura e implementazione del progetto

Se sei interessat* al corso in lingua inglese, clicca qui.


Cosa ottieni partecipando al corso 

  • Al termine del corso, i partecipanti che avranno frequentato almeno l’80% delle lezioni riceveranno un attestato di partecipazione.
  • Entrerai inoltre a far parte della rete Alumni di ALDA+ Academy, una community attraverso la quale potrai rimanere in contatto con gli altri partecipanti e ricevere aggiornamenti su opportunità formative, bandi europei, eventi e molto altro.
  • Non puoi partecipare a tutte le lezioni? Nessun problema! Su richiesta, tutti i partecipanti potranno accedere alle registrazioni delle lezioni e ai materiali didattici, così da recuperare i contenuti in qualsiasi momento e seguire il corso secondo i propri ritmi.

Quota di partecipazione

La quota di iscrizione al corso è di 480 € (IVA inclusa).

Approfitta delle agevolazioni disponibili:

  • 🐦 Early Bird: iscriviti entro il 25 settembre 2026 e ottieni uno sconto del 10%.
  • 🤝 Soci ALDA: tutti i soci ALDA hanno diritto a uno sconto del 10%.
  • 🎓 Studenti under 26: gli studenti di età inferiore ai 26 anni beneficiano di uno sconto del 10%.

Si prega di notare che gli sconti non sono cumulabili.


Scadenza per le iscrizioni

Non perdere l’opportunità di partecipare!

🇬🇧 Corso in inglese: iscrizioni aperte fino al 2 ottobre 2026.

🇮🇹 Corso in italiano: iscrizioni aperte fino al 23 ottobre 2026.

Pront* a iscriverti? Scrivici a training@aldaplus.it

A Vicenza prende il via ‘Social Food’: Il progetto che unisce culture, tradizioni e comunità attraverso il cibo

Promosso dall’Ambito Territoriale Sociale di Vicenza e sostenuto da Fondazione Cariverona nell’ambito del bando Welfare Generativo, ha l’obiettivo di coniugare inclusione sociale e formazione professionale nel settore della ristorazione, creando un modello replicabile capace di ispirare nuove iniziative di inclusione lavorativa.

Il progetto ha risposto a un bisogno reale della ristorazione, un settore in forte crescita che necessita di personale specializzato, offrendo come soluzione concreta corsi mirati a fornire competenze spendibili a persone in formazione, già attive nel settore o desiderose di intraprendere un percorso d’inserimento lavorativo. Il successo di questo modello ha visto, oltre alla promozione fondamentale da parte del Comune di Vicenza, il coinvolgimento di ALDA+ SRL Benefit Corporation, dell’Istituto Commercio Servizi (ICS) e delle imprese del Terzo Settore, partner chiave per garantire la qualità, le opportunità lavorative e la sostenibilità economica e sociale del progetto.

Accanto alla formazione, il progetto prevede di realizzare in tre ristoranti di Vicenza cinque laboratori sociali aperti a tutta la cittadinanza, pensati per coinvolgere la comunità locale e far conoscere elementi culinari nuovi rispetto a quelli locali. Durante gli incontri, le serate si aprono con la presentazione dei piatti, degli ingredienti e dei significati culturali legati alle preparazioni, grazie alle quali si vengono a  conoscere piatti tradizionali della Costa d’Avorio, del Senegal, della Nigeria e del Marocco, proseguendo con attività interattive per testare e approfondire la conoscenza degli aspetti trasmessi, e concludendosi con un momento conviviale di assaggio dei piatti preparati. 

Il calendario del primo ciclo prevede lo svolgimento dei laboratori:

  • lunedì 15 giugno presso Rumori Polpetteria
  • giovedì 18 giugno presso Silene Bottega & Cucina
  • martedì 23 giugno presso Bamburger
  • giovedì 25 giugno con un nuovo incontro presso Silene Bottega & Cucina
  •  lunedì 29 giugno con l’ultimo appuntamento ospitato nuovamente presso Rumori Polpetteria.

I laboratori usano il cibo come strumento di incontro e integrazione.  Il tutto  parte da incontri propedeutici con una formazione  su organizzazione, comunicazione e tecniche di cucina interculturale. Poi si lavora insieme, si scelgono le ricette da rappresentare, si reperiscono gli ingredienti, si preparano i ricettari che i partecipanti trovano già quando arrivano al laboratorio.

L’obiettivo è semplice: unire le persone attraverso il cibo, valorizzando tradizioni, competenze e storie diverse.

Rafforzare la Governance Territoriale: Come il Progetto EnCLOD dà Forma al Futuro degli Open Data a Vicenza

Nell’ambito del Progetto EnCLOD, lo scorso sabato 13 giugno la Provincia di Vicenza e ALDA+, in stretta collaborazione con l’Università IUAV di Venezia, hanno organizzato un evento dal titolo “Open Data a Vicenza: Risultati del Progetto EnCLOD e Innovazione per la Governance Territoriale”. Più di 50 partecipanti – inclusi amministratori locali, ricercatori, imprese private, studenti, e attori chiave nel settore – si sono riuniti per esplorare come i dati aperti possono supportare una governance territoriale particolarmente efficace, promuovere l’innovazione digitale e stimolare nuove partnership dinamiche tra il settore pubblico e quello privato.

La conferenza è cominciata con le dichiarazioni di benvenuto e i saluti del Presidente della Provincia di Vicenza, Andrea Nardin. Nel suo discorso introduttivo, il Presidente Nardin ha sottolineato in modo particolarmente forte il ruolo vitale dell’innovazione e della collaborazione tra pubblico e privato nel rafforzamento di una governance territoriale sostenibile.

Dopo le dichiarazioni di apertura, le sessioni mattutine della conferenza hanno spostato il focus sui traguardi pratici raggiunti dall’azione pilota locale svoltasi a Vicenza, sviluppata nell’ambito del progetto europeo EnCLOD. Tra i principali risultati presentati, spicca l’ottimizzazione delle operazioni di salatura invernale delle strade. Inoltre, la fase pilota ha introdotto con successo un network di monitoraggio ambientale in tempo reale: questo risultato è stato raggiunto distribuendo una serie di sensori meteorologici lungo quattro punti critici localizzati sulle principali arterie stradali montane nella Provincia di Vicenza. Con una scelta decisiva, tutte le informazioni ottenute tramite l’utilizzo di questa rete di sensori sono state pubblicate in modo trasparente all’interno del portale istituzionale ufficiale della Provincia di Vicenza. Rendendo queste fondamentali informazioni completamente accessibili e pubbliche, il progetto stabilisce modelli di dati altamente replicabili e fornisce ai cittadini dati aperti e trasparenti.

Un altro momento cruciale della giornata è stata la cerimonia di premiazione dell’ EnCLOD Open Data Hackathon. Organizzato in partnership con il Digital Innovation Hub di Confargianato Imprese di Vicenza, questo hackathon intensivo ha sfidato quattro gruppi formati da innovatori di talento a sviluppare delle soluzioni digitali pratiche e creative, basate interamente sul riutilizzo dei dati aperti già pubblicamente disponibili. I progetti finali hanno mostrato chiaramente l’enorme potenziale degli open data nel generare valore economico sostanziale e hanno fornito idee concrete per migliorare la governance territoriale.

Oltre ai risultati specifici del progetto, la conferenza ha anche fornito ai partecipanti un’analisi approfondita ed esperta sull’importanza strategica del patrimonio di informazioni in possesso delle Camere di Commercio. I relatori hanno infatti dimostrato come dati dettagliati riguardanti il contesto socio-economico regionale possono diventare una risorsa cruciale, sia per gli imprenditori privati sia per le autorità pubbliche. Tuttavia, è essenziale trasformare in modo efficace i dati grezzi in strategie di sviluppo a lungo termine.

L’evento, particolarmente riuscito, si è concluso con un impegno forte e condiviso a continuare a far progredire l’ecosistema locale di dati aperti, rafforzando le collaborazioni tra le istituzioni pubbliche, le imprese private, gli enti di ricerca accademica e la società civile.

Sviluppo rurale tra visioni europee e pratiche territoriali: confronto aperto a Santa Croce del Sannio

Programmi europei, progettualità locali e partecipazione attiva: sono stati questi i cardini dell’incontro “Sviluppo rurale: dalla prospettiva europea alle pratiche locali”, svoltosi venerdì 24 aprile presso il Centro Culturale “Enrico Narciso”, a Santa Croce del Sannio. Organizzato da ALDA+ in collaborazione con il Comune di Santa Croce del Sannio, l’appuntamento ha riunito amministrazioni, comunità scientifica e realtà associative per riflettere sulle opportunità di rilancio dei territori rurali.

La giornata si è aperta con i saluti del Sindaco del Comune di Santa Croce del Sannio, Antonio Zeoli, e con la presentazione dell’iniziativa che rientra nel Progetto locale di rigenerazione culturale e sociale “Tracce” promosso dal Comune di Santa Croce del Sannio e dal Comune di Circello finanziato con la Misura PNRR M1C3 – Intervento 2.1 – Attrattività dei borghi storici. 

La prima sessione ha offerto una panoramica sulle politiche e le buone pratiche in materia di sviluppo rurale nell’Unione europea. Ad aprire gli interventi è stato Serafín Pazos-Vidal di AEIDL che ha descritto l’approccio della sua associazione allo sviluppo locale partecipativo. A seguire, Elyse Lebreuilly, segretaria generale di Leader France, ha evidenziato il ruolo delle reti territoriali nel rafforzare le strategie comunitarie. In chiusura di sessione, Eriberto Eulisse, direttore esecutivo di WAMU-NET, ha illustrato il ruolo degli eco-musei e dei musei estesi nello sviluppo locale sostenibile attraverso il coinvolgimento delle comunità.  

La seconda sessione si è focalizzata sulle esperienze di rigenerazione locale. Hanno presentato rappresentanti accademici tra cui Claudia De Luca, del Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna, e Pasquale De Toro, del Centro Interdipartimentale di Ricerca in Urbanistica “Alberto Calza Bini” dell’Università di Napoli Federico II. A questi si sono affiancati i contributi della fondazione Popoli e Territori e dell’associazione Ru.De.Ri., rappresentata da Valentina Anzoise, che hanno portato esempi concreti di coinvolgimento delle comunità e valorizzazione delle risorse locali, tra cui la Rural Design Week. 

Nel pomeriggio, l’attenzione si è concentrata sulle sfide dell’area dell’Alto Tammaro. Avvalendosi di una metodologia partecipativa basata su focus group, i partecipanti hanno approfondito collettivamente l’argomento, definendo insieme percorsi strategici condivisi per lo sviluppo rurale sostenibile nella regione. 

La giornata si è rivelata un successo con oltre quaranta persone presenti in sala e più di venti persone collegate da remoto. Un risultato che conferma l’interesse crescente verso il tema dello sviluppo rurale. 

Il valore dell’inclusione: la Certificazione della Parità di Genere come primo passo verso un cambiamento culturale

Giunti a metà di questo percorso annuale sulla parità di genere, è il caso di fermarsi un momento per considerare il grande impatto che questa Certificazione ha avuto a livello nazionale.

La Certificazione UNI/PdR 125:2022, infatti, è stata introdotta nel 2022 con l’obiettivo – stabilito dal PNRR – di raggiungere il numero di 3.000 imprese certificate entro il 30 giugno 2026, di cui almeno il 60% costituito da piccole e medie imprese. La Certificazione è stata introdotta al termine di un percorso che ha visto l’adozione di numerose tipologie di attestati, certificazioni e riconoscimenti che premiavano politiche di parità di genere, ma che non godevano di quel riconoscimento formale che avrebbe permesso di stabilire standard di riferimento univoci su tutto il territorio nazionale. Un primo tentativo di unificazione era stato fatto nel 2014 con la Certificazione Family Audit nella Provincia Autonoma di Trento: un modello che ha avuto successo e che ha costituito una sorta di ponte verso la Certificazione che conosciamo oggi.

L’integrazione della parità di genere nelle politiche economiche di Governo, con l’inserimento della Certificazione negli obiettivi PNRR, ha creato i presupposti per un’adesione diffusa e standardizzata tra diverse zone geografiche, attraverso settori produttivi diversi e su aziende con dimensioni variabili: la previsione di meccanismi premiali specifici, ad esempio, ha sicuramente ricoperto un ruolo importante affinché la Certificazione raggiungesse un numero straordinario di imprese.

Secondo gli ultimi dati forniti dal Dipartimento di Pari Opportunità, infatti, la portata reale della Certificazione è, ed è stata, molto più ampia rispetto al previsto: basti pensare che, nei primi mesi del 2026, in Italia è stata raggiunta la quota di 13.775 imprese certificate. L’obiettivo iniziale, insomma, è stato ampiamente raggiunto e superato, con un’adesione volontaria che ha superato qualsiasi aspettativa. Tanto che la Certificazione UNI/PdR 125:2022 è diventata la quarta certificazione più utilizzata, dopo i sistemi di gestione per la qualità, l’ambiente e la salute e sicurezza sul lavoro.

I dati sulle imprese certificate

Dal dato complessivo è stato estratto un campione sul quale sono state svolte ulteriori analisi statistiche: queste hanno evidenziato come, sul campione analizzato (5.451 imprese) oltre il 70% delle imprese certificate sono di dimensioni piccole o medie, valutate sulla base del numero di addetti secondo i criteri dettati dalla stessa UNI/PdR 125:2022 (tra i 10 e i 49 dipendenti per le piccole imprese, tra i 50 e i 249 per le medie). Le grandi imprese certificate (con oltre 250 dipendenti) costituiscono quasi il 13% del totale sul campione analizzato, mentre le microimprese (con meno di 9 dipendenti) sono quasi il 15%.

Sempre sullo stesso campione, poi, emerge una diffusione territoriale concentrata al Nord Italia (area su cui spicca, in particolare, la Lombardia) ma con un’ottima presenza di aziende certificate anche nel Lazio e al Sud Italia (soprattutto la Campania).

Per quanto riguarda, poi, i settori coinvolti, tra quelli che contano un maggior numero di certificazioni si trovano le costruzioni (25%), le attività manifatturiere (14%), le attività professionali, scientifiche e tecniche (13%) e le attività di noleggio, agenzie di viaggio e supporto alle imprese (9%), con numerose aziende certificate anche nei servizi di informazione e comunicazione nonché nel commercio (circa il 7% in entrambi i casi).

Lo specchio di un cambiamento culturale

Questo risultato è stato sicuramente coadiuvato dalla presenza di meccanismi premiali: le aziende che si certificano, infatti, possono ottenere non solo un esonero dal versamento di una percentuale dei contributi previdenziali dovuti, ma anche punteggi maggiori per l’accesso a fondi europei, nazionali e regionali, nonché nelle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici, oltre ad una riduzione della garanzia richiesta per partecipare alle stesse.

I meccanismi premiali, però, non sono l’unica variabile che permette di spiegare gli straordinari numeri raggiunti dalla Certificazione. Un mobilitazione tanto ampia e trasversale, infatti, nasce anche nell’alveo di un atteggiamento culturale che sta mostrando grandi aperture verso le questioni di genere e che sempre più si orienta verso iniziative di promozione della parità di genere, in molti ambiti diversi. Basti pensare alle direttive europee, che sempre più richiedono un impegno concreto in questo senso, ma anche ai mutamenti di prospettiva che stanno emergendo tra le nuove generazioni e che stanno promuovendo un mutamento culturale importante.

L’esperienza della UNI/PdR 125:2022 dimostra che un meccanismo come quello introdotto dalla Certificazione può davvero arrivare ad incentivare una presa di coscienza e un cambiamento culturale più profondi. Oltre ai vantaggi diretti e di tipo premiale previsti, infatti, sempre più aziende considerano la Certificazione un vantaggio competitivo concreto, sotto diversi punti di vista: maggiore capacità di attrarre nuovi talenti e di trattenere in azienda quelli esistenti, miglioramento del clima aziendale che si riverbera sulla qualità dei risultati, migliore qualità della leadership e maggiore innovatività dell’intera azienda. Un ambiente equo, infatti, è un ambiente che sa valorizzare tutte le competenze disponibili, il che è un fattore competitivo importante che incide direttamente sulla capacità delle organizzazioni di affrontare sfide e cambiamenti.

Del resto, è emerso già da numerose ricerche – ed è confermato dalla stessa Uni/PdR 125:2022 – come maggiore inclusività e diversità all’interno di un’organizzazione siano correlate a risultati migliori e più innovativi, anche grazie all’apporto di prospettive nuove e diverse che, in assenza di diversità e in ambienti poco inclusivi, sarebbero invece più omogenee e meno creative. La leadership femminile è stata anche collegata con migliori risultati economici delle aziende grazie a studi rigorosi, che hanno valutato l’impatto delle legge Golfo-Mosca (che nel 2011 introdusse le quote di genere) sulle società italiane. Gli studi sugli effetti di questa norma hanno anche evidenziato come quote più alte di donne nei consigli di amministrazione hanno innescato processi di selezione più efficaci dell’intero CDA, con membri più istruiti e più giovani. E’ interessante anche notare come l’aumento di donne nei CDA è stato correlato ad una diminuzione dei lavoratori e delle lavoratrici part-time: questa risultanza è stata collegata al fatto che una grande percentuale del lavoro parziale (soprattutto femminile) in Italia è involontario, e che probabilmente le donne in posizioni di vertice hanno più probabilità di contribuire alla riduzione della pratica.

Naturalmente, c’è ancora molto lavoro da fare, non solo all’interno degli ambienti di lavoro ma anche fuori, per promuovere un atteggiamento culturale che parta da una prospettiva di parità e che la applichi a tutti gli aspetti della vita quotidiana. Non a caso, le aree di valutazione su cui le aziende certificate hanno mostrato maggiori difficoltà sono proprio quelle legate al soffitto di cristallo (presenza di donne in posizioni dirigenziali) e alla gestione della genitorialità (in particolare rispetto al numero di padri che utilizzano il congedo parentale a disposizione). Come abbiamo visto, infatti, la disparità di genere si fonda su tanti fattori, diversi e interconnessi, che non possono essere affrontati o risolti singolarmente ma che richiedono un approccio globale e sistemico.

La certificazione, di fatto, non è un dato statico, né un punto di arrivo. È, invece, un percorso di miglioramento, che parte dall’analisi e dalla presa di coscienza dello stato attuale e che deve poi trasformarsi in azioni concrete con cui progettare un futuro di reale parità.


FONTI E RISORSE PER APPROFONDIRE

UNI/PdR 125:2022: il testo della prassi.

Dai “bollini” a 12mila certificazioni per la parità di genere, Il Sole 24 Ore, 2026

Parità di genere e politiche pubbliche, Paola Profeta, 2020 

La Certificazione della Parità di Genere: Numeri, sito del Dipartimento per le Pari Opportunità – Presidenza del Consiglio dei Ministri

Open Data a Vicenza: risultati del progetto EnCLOD e innovazione per la governance territoriale

Sabato 13 giugno 2026, ALDA+ organizzerà la conferenza “Open Data a Vicenza: risultati del progetto EnCLOD e innovazione per la governance territoriale” in collaborazione con la Provincia di Vicenza e l’Università IUAV di Venezia, nell’ambito del progetto EnCLOD (Enhancing Governance Capacities of Local Authorities using Open Data).

L’evento si terrà dalle 9:30 alle 13:00 presso la sede IUAV di Vicenza (Piazza San Biagio 1) e riunirà amministrazioni pubbliche, ricercatori, esperti e stakeholder locali per approfondire il ruolo degli Open Data nel miglioramento della governance territoriale e nel supporto a processi decisionali più informati ed efficaci.

La conferenza presenterà i risultati raggiunti nel territorio della provincia di Vicenza grazie al progetto EnCLOD, iniziativa finanziata dal programma Interreg Central Europe che mira a rafforzare le capacità delle autorità locali attraverso l’utilizzo strategico degli Open Data. Particolare attenzione sarà dedicata alle attività pilota sviluppate sul territorio, comprese soluzioni innovative pensate per migliorare la gestione e la manutenzione delle infrastrutture stradali attraverso approcci basati sui dati.

Tra i temi principali dell’evento vi sarà la presentazione degli interventi dedicati all’ottimizzazione delle operazioni di salatura invernale delle strade mediante l’utilizzo degli Open Data. Integrando dataset pubblicamente disponibili nei processi di pianificazione e gestione operativa, le amministrazioni locali possono aumentare l’efficienza degli interventi, ridurre gli impatti ambientali e migliorare la qualità dei servizi offerti ai cittadini.

La conferenza ospiterà inoltre la presentazione dei risultati dell’Open Data Hackathon organizzato in collaborazione con il Digital Innovation Hub Vicenza. L’iniziativa ha coinvolto partecipanti provenienti da diversi ambiti nell’esplorazione di applicazioni innovative dei dati aperti per il territorio locale, favorendo la collaborazione tra istituzioni pubbliche, imprese, ricercatori e cittadini. L’Hackathon ha dimostrato come gli Open Data possano generare soluzioni concrete alle sfide locali, promuovendo al contempo innovazione e partecipazione civica.

Oltre alla presentazione dei risultati progettuali, l’evento offrirà un’importante occasione di confronto e scambio tra soggetti pubblici e privati interessati alle opportunità offerte dagli Open Data. I partecipanti discuteranno esperienze, buone pratiche e prospettive future per valorizzare i dati a supporto dello sviluppo territoriale, migliorare i processi di governance e rafforzare la collaborazione tra diversi settori.

La partecipazione alla conferenza è gratuita. Gli interessati sono invitati a registrarsi entro il 10 giugno 2026 tramite l’apposito modulo di iscrizione.

ALDA+ sarà lieta di accogliere tutti coloro che desiderano approfondire il contributo degli Open Data a una governance locale più efficace, trasparente e innovativa.

(Dis)Parità di retribuzione per lavoro di pari valore: colmare il divario retributivo di genere

Come già visto nel nostro articolo precedente, le donne che lavorano si trovano in una situazione di debolezza nel mercato del lavoro, che si esplica – tra gli altri – in due campi fondamentali: la tipologia di lavoro svolto e il salario percepito. Questo mese, ci concentreremo su questo secondo aspetto.

Il divario retributivo di genere (gender pay gap)

I dati sul gender pay gap “grezzo” raccolti da Eurostat e riferiti al 2024 dimostrano che, in Europa, le donne guadagnano in media l’11,1% in meno degli uomini: una lavoratrice, in poche parole, guadagna 89 centesimi per ogni euro guadagnato da un lavoratore. 

Pari mansioni e pari competenze professionali, dunque, non corrispondono a pari retribuzione, nonostante il principio “equal pay for equal work or work of equal value” sia espresso nei Trattati europei fin dal 1957 (oggi art. 157 TFUE). Addirittura, secondo percentuali riportate dall’OCSE, nel 2017 il 13% degli uomini e l’8% delle donne ritenevano accettabile che, in alcune circostanze, una donna fosse pagata meno di un uomo per lo stesso lavoro.

Quando parliamo di divario retributivo di genere “grezzo”, intendiamo la misurazione della differenza tra il salario lordo percepito da lavoratrici e lavoratori. Questo dato, però, prende in considerazione esclusivamente le donne che lavorano, senza tenere conto delle diverse criticità che influenzano l’occupazione femminile e che abbiamo trattato negli scorsi mesi: per questo è stato introdotto il Gender overall earnings gap, che prende in considerazione anche la partecipazione al mercato del lavoro, il numero di ore lavorate, l’accesso a ruoli apicali e la precarietà contrattuale, correggendo il dato per renderlo più rispondente alla situazione reale. Infatti, un dato grezzo molto basso potrebbe rappresentare non tanto un mercato del lavoro equo, quanto invece un mercato che impiega pochissime donne e solo quelle con maggiori possibilità di guadagno (perchè hanno un’istruzione migliore, condizioni economiche migliori, o non sono influenzate dal carico di cura e domestico al punto da dover rallentare la carriera). Ad esempio, i dati italiani “grezzi” mostrano un gap inferiore al 10%, mentre con il Gender overall earnings gap – più corrispondente alla situazione reale – arrivano al 40% di divario. Le maggiori differenze nel salario percepito, a parità di mansione, si ritrovano tra i manager, dove in media una donna percepisce un compenso inferiore del 23% rispetto a quello di un collega uomo.

Il Gender overall earnings gap, dunque, mira a mettere in luce qualcosa che, altrimenti, rimarrebbe invisibile, prendendo in considerazione tutte le disuguaglianze che le donne subiscono nell’accesso al lavoro, nelle progressioni di carriera e nella retribuzione. Tra le concause di questo enorme divario retributivo ritroviamo fenomeni che abbiamo trattato negli scorsi mesi: la minore occupazione femminile, la child penalty (le interruzioni lavorative dovute alla maternità e alla necessità di sostenere il lavoro di cura), la segregazione verticale (la difficoltà di accedere a ruoli apicali si traduce in salari medi molto più bassi) e la segregazione orizzontale (con lavori ad alta presenza femminile generalmente meno retribuiti).

Gli effetti del gender pay gap, poi, non si esauriscono alla sola retribuzione. Infatti, le donne che sistemicamente ricevono compensi più bassi e che hanno meno possibilità di avanzamento di carriera, di conseguenza non avranno la stessa capacità di accumulo di ricchezza di un uomo, saranno più incentivate ad assumere in via esclusiva il carico di cura della famiglia, resteranno economicamente dipendenti dal partner (con il rischio di rimanere legate a situazioni di violenza, come vedremo) e avranno maggiore insicurezza finanziaria in età pensionabile. Infatti, secondo i dati OCSE ed Eurostat, le donne in media hanno pensioni più lunghe rispetto agli uomini (anche grazie alla maggiore aspettativa di vita) ma con livelli economici più bassi del 24%, e le donne anziane sono molto più a rischio di povertà ed esclusione sociale rispetto agli uomini anziani.

La nuova normativa europea sulla trasparenza salariale

Trasformare il principio di parità salariale da obbligo astratto a requisito operativo, svelando le differenze salariali ingiustificate e basate solamente sul genere, è proprio lo scopo perseguito dalla recente normativa europea sulla trasparenza salariale.

La Direttiva UE 2023/970 stabilisce infatti una serie di regole minime per promuovere l’applicazione del principio di uguale compenso per lavoro uguale o di pari valore, proibendo le discriminazioni retributive – dirette o indirette – basate sul genere.

La Direttiva, che dovrà essere recepita dagli stati membri entro il 7 giugno 2026, prevede specifici obblighi – graduali, in base alle dimensioni organizzative – per tutti i datori di lavoro, pubblici e privati, e coinvolge sia i lavoratori, sia i candidati ad una posizione lavorativa aperta. 

I datori di lavoro, infatti, dovranno fornire indicazioni chiare in merito alla retribuzione disponibile per una determinata mansione già in fase di selezione, e sarà loro precluso fare domande ai candidati per indagare la retribuzione precedentemente percepita. Inoltre, dovranno rendere facilmente accessibili ai lavoratori le informazioni sui criteri utilizzati per determinare il compenso e la progressione economica dei dipendenti. Non solo: i lavoratori potranno chiedere al proprio datore di lavoro i dati, disaggregati per genere, sulle retribuzioni medie dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro o un lavoro di pari valore.

Inoltre, sarà previsto a carico delle aziende un obbligo di reportistica, a cadenza variabile in base al numero di dipendenti, con lo scopo di rendere fruibili le informazioni sul gender pay gap esistente e con l’obbligo di correggere e prevenire eventuali divari retributivi tra uomini e donne, che non siano giustificati sulla base di criteri oggettivi e neutri dal punto di vista del genere.

La Certificazione 125:2022 e l’impegno di ALDA+

La Certificazione della Parità di Genere prende in considerazione il gender pay gap attraverso un’area di valutazione molto specifica: quella chiamata “Equità remunerativa per genere”. Questo specifico ambito di valutazione si focalizza su tre diversi indicatori di natura quantitativa:

  • la percentuale di differenza retributiva tra lavoratrici e lavoratori appartenenti allo stesso livello di inquadramento, con pari competenze, suddivisa per genere. Questo KPI esclude espressamente le corresponsioni legate a prestazioni diverse o aggiuntive, come lavoro straordinario, indennità e rimborsi;
  • la percentuale di promozioni di lavoratrici donne, calcolata su base annua;
  • la percentuale di donne con remunerazione variabile. Devono anche essere rese note a lavoratrici e lavoratori le procedure e i criteri seguiti nella definizione della parte variabile del salario.

Già prima dell’ottenimento della Certificazione, ALDA+ considerava l’obiettivo di una completa parità salariale tra lavoratrici e lavoratori un elemento fondamentale e imprescindibile all’interno del proprio contesto lavorativo. Nella propria “Gender Equality & Anti-Discrimination Policy”, infatti, si impegna ad implementare il principio “equal pay for equal work”, considerando pari lavoro quello che richiede, a livello sostanziale e non solo formale, pari capacità, sforzo e responsabilità con condizioni lavorative simili.

Il divario retributivo di genere è solo uno degli elementi che ostacolano una piena parità di genere e che, a partire dal lavoro, determina forti disparità in tutti gli altri ambiti della vita (indipendenza economica, stabilità e sicurezza, libertà di autodeterminazione, sicurezza finanziaria in età pensionabile…). Contrastare questo fenomeno richiede necessariamente politiche e visioni più ampie, che puntino a cambiare l’approccio culturale a 360 gradi e non solamente un numero nella busta paga. La nuova normativa europea rivestirà un’importanza fondamentale nell’incentivare un cambio di rotta generalizzato, ma è essenziale che anche le singole realtà lavorative adottino un approccio improntato all’inclusione e alla parità. In questo senso, politiche aziendali che vadano ad incidere sulla conciliazione della genitorialità con l’ambito professionale, sulle possibilità di progressione di carriera, sulle modalità di selezione del personale e sul riconoscimento del valore di ogni lavoratore e lavoratrice, oltre che sulla retribuzione, rivestono un ruolo centrale nel promuovere un cambiamento culturale a partire dal basso.

ALDA+ non solo mette in atto questo impegno all’interno della propria organizzazione, ma sostiene anche attivamente altre realtà e comunità nel loro percorso verso pratiche di governance più inclusive e partecipative. La parità di genere è un obiettivo raggiungibile, ma non attraverso azioni singole ed isolate: servono sforzi ampi, condivisi e diffusi, che prendano in considerazione tutte le concause della disparità esistente e puntino ad intervenire in modo sistemico.


FONTI E RISORSE PER APPROFONDIRE

Gender pay gap statistics, Eurostat, 2026

Women in the EU, Eurostat, 2026

Gender Equality in a Changing World, OECD, 2025

Gender pay gaps in the European Union, Eurostat, 2025

Gender statistics, Eurostat, 2025 

Comprendere il divario retributivo di genere: definizione, fatti e cause, Parlamento Europeo, 2025

The gender pay gap situation in the EU, European Commission, 2024

It’s a man’s world. Decostruire modelli maschio-centrici per promuovere l’empowerment femminile, WeWorld, 2024

Global Gender Gap Report, World Economic Forum, 2023

The life of women and men in Europe, Eurostat – Istat, 2022

UNI/PdR 125:2022: il testo della prassi.

Gender Equality & Anti-Discrimination Policy, ALDA